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L’ultimo grido di Long John: a 65 anni si spegne il mitico bomber del primo scudetto biancoceleste

“Mio fratello è figlio unico perché è convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone!”. Così cantava Rino Gaetano in una delle sue canzoni più famose, una di quelle canzoni che nessuno ha dimenticato. Così come nessuno aveva mai dimenticato Giorgio…

L’ultimo grido di Long John: a 65 anni si spegne il mitico bomber del primo scudetto biancoceleste

La persona di Giorgio Chinaglia esula non poco dal semplice appellativo di calciatore. Incarnò appieno l’iconica figura di trascinatore, di leader, lo spirito dell’Italia degli anni di piombo. Fu luci e fu ombre, gioie e controversie, simbolo dello storico tricolore laziale del 1974 e infausto protagonista di amare vicende extracalcistiche. Tutto e il suo contrario. Questo era Giorgio Chinaglia, uomo vigoroso, sfrontato e privo forse di quel pizzico di giudizio in più, che probabilmente gli avrebbe evitato qualche guaio… Ma forse non sarebbe stato quel che per tutti era: Long John, il bomber.

Giorgio nacque a Carrara, un 24 gennaio del 1947. La guerra era appena terminata, l’Italia era in ricostruzione e la famiglia Chinaglia, sul finire degli anni cinquanta, emigrò in Galles, a Cardiff. Il ragazzo aveva nove anni. Proprio nella terra di Re Artù cominciò a giocare a calcio. Un biennio alla locale squadra dello Swansea City, prima di ritornare nella sua Toscana, alla Massese, ancora giovanissimo. Sarà però con la maglia dell’Internapoli, in riva al Tirreno campano, che il giovane attaccante esplode definitivamente. Dall’anonimato della serie C, si attira le attenzioni della Lazio, appena risalita in massima serie. È il 1969. Chinaglia approda a Roma, sponda biancoceleste e subito si capisce che il ragazzo ci sa fare: 12 gol è il suo bottino al primo anno in massima serie, la Lazio è ottava. Sfortunato l’anno successivo, perché la Lazio, nonostante i gol del suo nuovo bomber, retrocede in serie B. I suoi 21 centri nella serie cadetta corrispondono ad un’immediata risalita dei biancocelesti che, da neopromossi, vedono sfumare lo scudetto all’ultima giornata con il Napoli, per poi centrare l’obiettivo la stagione successiva. La Roma biancazzurra è in festa. Chinaglia segna 24 reti, è il capocannoniere della serie A e il ritratto di quella compagine. Sì, perché è in lui che la Lazio si incarna: dura, sventata, specchio di quegli anni ’70 roventi. Giorgio è l’anima e il corpo della sua squadra: è lui che anima le settimane prima delle partite, da lui passano le polemiche e le critiche, anche verso i compagni di squadra, ai quali riesce a trasmettere una carica fuori del comune. Arriva per lui il momento della nazionale, dei Mondiali tedeschi del ’74, del famigerato screzio con Ferruccio Valcareggi durante la partita con Haiti, condito dal primo “vaffa” in diretta mondiale. Nessuna discrezione, nessun finto buonismo. Non era il suo stile. In campo come nella vita. Determinato e inarrestabile dentro, altrettanto fuori. Non c’erano mezzi termini né mezze misure.

Ma come ogni idillio, anche il suo finì. A due anni esatti dallo scudetto, Chinaglia lascia la Lazio. Emigra in America, a New York, dove raggiunge Pelè e Beckenbauer nei New York Cosmos, in una terra dove il calcio non è che una seconda linea. Non per lui. Ancora una volta andò sopra le righe. I Cosmos con lui volano, segna gol a raffica, ne fa addirittura sette in una partita ai malcapitati Tulsa Roughnecks. Vince quattro North American Soccer League, realizza 193 gol in 213 partite, roba da capogiro. Eppure la sua favola arriva al termine. Nel 1983, dopo quasi vent’anni di carriera, decide di smettere, di dire basta. La nostalgia di casa è troppa e lo stesso anno torna nella sua Roma, in quella città che lo aveva amato e in quella squadra che aveva condotto alla conquista dello scudetto dieci anni prima. Questa volta torna da presidente, con grandi ambizioni, con la voglia di far tornare la Lazio ai vertici del calcio. Ma le favole non sempre hanno un lieto fine…

Da presidente Chinaglia non ha fortuna. Costretto a vendere la Lazio, intraprende varie strade, non abbandonando mai il mondo del calcio, quel  mondo che lo aveva accolto, consacrato ed amato. S’impegnò come telecronista ed opinionista televisivo, tentò di intraprendere una carriera affaristica da cui non ebbe successi ma solo guai. Si ritrovò coinvolto in un fosco affare di riciclaggio, accusato persino di relazioni camorristiche. Scattano denunce, mandati d’arresto. Chinaglia è di nuovo negli Stati Uniti e per la legge italiana risulta latitante.

Da un momento all’altro tutto cambiò di colpo. In un attimo non era più Long John, il bomber della Lazio campione d’Italia. Si trovò in un tunnel buio, disseminato di oscure controversie e istintive colpe. I giorni di gloria solo un lontano e polveroso ricordo.

Tutto questo fino ad oggi. Giorgio era in Florida, ancora ricercato dalla giustizia. Ad un certo punto il suo cuore non ha più retto. Gli ha detto basta, che era ora di finirla. Nessun addio triste e malinconico. Chinaglia se n’è andato com’era vissuto, istintivamente. Un malore improvviso e uno dei più grandi campioni del calcio moderno lascia la ribalta, senza fischi né applausi. Lasciando tutti nel silenzio.

Già, perché oggi si ricorda il campione, la bandiera della Lazio battagliera di quei lontani anni settanta, il figlio di un’epoca di sogni infranti e di nuove speranze. Oggi ogni debito è saldato. Non esiste rivalità che tenga. Gli eccessi, la mancanza di stile, il gesto sotto la Sud in occasione del derby, la lite in diretta mondiale, gli affari sporchi, le gesta d’istinto. Oggi è tutto in secondo piano. Il palcoscenico è tutto per l’uomo e per il calciatore, per chi, dell’istinto e degli eccessi, ha fatto il suo credo. In campo e fuori. Scorrono davanti agli occhi la grinta, la potenza, il coraggio e la pazzia del mitico centravanti che con i difensori avversari ingaggiava battaglia, che si caricava la squadra sulle spalle e la trascinava fino al traguardo. Quest’oggi la storia si conclude, lasciando un archivio di gloriosi ricordi. Fotografie in bianco e nero di un’epoca lontana, che oggi torna a vivere per un momento, incarnata nel volto del campione e nella memoria di chi gli diede il suo amore. È il momento dei saluti, del congedo, dell’ultima occhiata agli antichi cimeli. Poi il viaggio.

Good bye Long John!

Pubblicato il 02 Aprile 2012 da Damiano Mattana

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