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Un’emozione lunga trent’anni: ricorre oggi il trentennale della trionfale impresa in terra spagnola che consacrò l’Italia Campione del Mondo per la terza volta.

Quanto può durare un’emozione? Per quanto tempo si può provare commozione e nostalgia di fronte ad un lontano ricordo? Qualcuno dice che i bei ricordi non muoiono mai, che continuano a vivere e a tornare prepotentemente, come a ricordarci che qualcosa di bello, invero, c’è. Che bisogna conservarlo, tenerlo da parte proteggendolo dalla polvere e dalla corrosione del tempo, per far sì che ogni qual volta lo si voglia riprendere, anche solo per guardarlo, per evocare ciò che porta in sé, appaia tale e quale al momento in cui fu chiuso nel suo angolo. Ma, per quanto si possa preservarlo nel miglior modo possibile, è innegabile che quel qualcosa di bello, anche se prezioso, porti il segno del tempo che scorre, che passa senza guardarsi indietro. Ma forse è proprio questo che lo rende speciale, denso di sentimenti irripetibili conservati in quella sua immagine sbiadita, una sorta di specchio su ricordi passati, momenti lontani eppure rivissuti con affetto e passione, tale da renderli meravigliosamente vicini.

Un’emozione lunga trent’anni: ricorre oggi il trentennale della trionfale impresa in terra spagnola che consacrò l’Italia Campione del Mondo per la terza volta.

E in quello specchio appare un paesaggio ben delineato, perfettamente visibile. Una calda giornata di inizio luglio in uno stadio gremito e festante. La data segnata è 11 luglio 1982, una domenica. Siamo in Spagna, a Madrid per la precisione. Il suddetto stadio non è un qualunque campo di gioco ma un vero e proprio tempio del calcio: il Santiago Bernabeu, casa del Real Madrid. Anche il match in procinto di cominciare non è una partita qualsiasi. Si affrontano l’Italia e la Germania, la posta in palio è la Coppa del Mondo.

La nazionale italiana è arrivata alla finale dopo un mondiale sofferto. Partenza in sordina, con tre pareggi nella fase a gironi e un passaggio del turno che sa di miracolo. Dà tuttavia spettacolo nella fase successiva, eliminando nientemeno che l’Argentina di Maradona e il Brasile di Falcao, arrivando a buttar fuori in semifinale l’agguerrita Polonia di Zibi Boniek. Percorso non dissimile quello dei tedeschi che, nonostante la sconfitta con l’Algeria all’esordio, arrivano alla seconda fase, regolando l’Inghilterra e i padroni di casa della Spagna e sconfiggendo ai rigori, in semifinale, la Francia di Platini.

Non è una finale come le altre, non può esserlo. Per i tedeschi è ancora vivo il ricordo dei tempi supplementari in Messico, dodici anni prima, che sancì la loro eliminazione dal mondiale proprio per mano dell’Italia, dopo un incredibile 4-3. L’Italia, dal canto suo, non si aggiudica un mondiale da ben quarantaquattro anni e nemmeno l’impresa in quella leggendaria partita allo stadio Azteca bastò per imporsi sul Brasile, in finale. Il tarlo del dubbio è da tempo insinuato tra gli italiani, i quali cominciano a pensare che il mondiale non faccia proprio per loro.

I tedeschi fanno paura ma l’occasione è davvero ghiotta. La partita comincia. E’ l’atto finale di un mondiale fra i migliori mai disputati, lo scontro tra due eterne rivali in lotta per il trofeo più ambito e, nondimeno, per una gelida soddisfazione di rivalsa sugli avversari.

In campo, tuttavia, non ci sono solo calciatori. Quelli che si stanno affrontando sono due Paesi in difficoltà che vedono nella loro selezione nazionale una sorta di simbolo di riconciliazione con il mondo, una ragione di unità spirituale e di avere finalmente la sensazione di essere una nazione. L’Italia, che sta risorgendo dopo una stagione di conflitti politici interni, di stragi e corruzione e la Germania, una terra divisa che sta ancora pagando i suoi debiti verso l’Europa, che vive sotto la cupa ombra del Muro, vedono in quella sfera di cuoio e in quella coppa dorata, un vero e proprio simbolo di riscatto, un unico grande desiderio, finalmente realizzato, di essere figli di una vera nazione.

Per l’Italia pesa l’assenza di Antognoni ma lo spirito degli azzurri è davvero invidiabile, forte come la fredda sicurezza tipica dei tedeschi. Niente in questo pomeriggio può essere definito “normale”. Mille motivazioni, milioni di spiriti in festa e, naturalmente, una rivincita in atto.

Non comincia bene per gli azzurri. Pochi minuti e Graziani si infortuna. Primo cambio, dunque, con “Spillo” Altobelli pronto a subentrare. Un’altra manciata di minuti e lo Stivale è in tensione: calcio di rigore per l’Italia, fallo di Briegel su Bruno Conti. Il silenzio cala sul Bernabeu al momento del tiro di Cabrini, che getta nello sconforto gli italiani calciando fuori il pallone. Che sia una maledizione? Agli infortuni di Antognoni e Graziani si aggiunge il madornale errore di Cabrini.

Ma lo sconforto è di breve durata. Inizio secondo tempo, minuto 56. Tardelli si affretta a battere un calcio di punizione, un cross dalla destra e l’urlo si leva in tutta Italia. Pablito ha colpito ancora! Rossi segna il suo sesto gol nella competizione e fa gridare di gioia Nando Martellini assieme al resto del Paese.

Nonostante il gol del vantaggio, è ancora la tensione a farla da padrone tra i tifosi italiani. Tuttavia, gli attacchi dei tedeschi sono tutt’altro che convinti e un perfetto contropiede degli azzurri porta al raddoppio di Marco Tardelli che, dopo aver infilato Schumacher, si lancia in una sfrenata corsa in mezzo al campo, pazzo di gioia. Sarà il suo volto l’emblema del trionfo che si sta concretizzando. E poco dopo si concretizza davvero. Dodici minuti dopo, per essere esatti. Altro contropiede, orchestrato da Conti e finalizzato da una splendida rete di Altobelli. I gol sono 3 e i minuti rimasti meno di dieci. Il Bernabeu, sponda azzurra, è un tripudio di bandiere, l’Italia intera è in preda alla passione più sfrenata e l’emozione si propaga a non finire, talmente tanto che nessuno o quasi si accorge del gol tedesco siglato da Breitner. Il finale è una melina, scandito dalla voce entusiasta di Martellini, che accompagna i passaggi degli azzurri concludendo con l’ormai mitica frase: “E’ finito! Campioni del Mondo ! Campioni del Mondo ! Campioni del Mondo ! L’Italia ha vinto la finale battendo la Germania per 3-1”. Sì, sono tre! Dopo un’attesa di quarantaquattro anni la nazionale italiana è di nuovo sul tetto del mondo e la gente in strada a festeggiare, gridando all’unisono la frase del buon Martellini. Campioni del mondo, stavolta davvero. Non è un sogno o un’illusione, perché è davvero Dino Zoff colui che, davanti al re spagnolo Juan Carlos, riceve la Coppa del Mondo e che la alza al cielo di Madrid, invocando il nome dell’Italia. Ed è davvero quello del presidente Sandro Pertini il volto sorridente sulle tribune del Bernabeu. A Bearzot, il “vecio”, è riuscito il miracolo di formare una squadra vera, fatta di campioni, certo, ma soprattutto di uomini, votati al sacrificio e alla fatica. L’Italia ringrazia gli azzurri e scende in piazza, col cuore e la voce uniti in un unico grande amore.

Gli occhi si riaprono. Lo specchio delle immagini è ancora al suo posto, davanti a noi. Il tempo lo ha un pochino scalfito, eppure è incredibile come ancora possa essere limpido. Trent’anni sono passati, più di un quarto di secolo ma l’emozione è ancora la stessa, viva e genuina. In mano le foto in bianco e nero, le facce un po’ ingiallite, volti di uomini giovani e forti che, quell’11 luglio del 1982, riuscirono nell’impresa di unire città, dialetti, culture, una nazione, quindi, sotto l’unico nome di questa. Il ricordo, quel qualcosa di bello torna nel suo angolo, un piccolo posticino per un sentimento immortale. Quanto può durare un’emozione? Davvero tutta la vita.

Pubblicato il 11 Luglio 2012 da Damiano Mattana

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